Un commento della Democrazia Cristiana Il 27 maggio 2025, la Camera dei Deputati ha approvato il decreto con un voto di fiducia: 201 favorevoli, 117 contrari e 5 astenuti. Ora il testo passa al Senato per l'esame definitivo. Il Decreto Sicurezza approvato dal governo nel 2025 è una di quelle leggi che, a una prima lettura, sembrano voler rispondere alle istanze più urgenti di ordine e legalità. E in parte lo fa: alcune disposizioni positive ci sono, e sarebbe scorretto ignorarle. Viene rafforzata la tutela per le forze dell’ordine, che troppo spesso operano in prima linea senza tutele adeguate. Si introducono misure più incisive contro chi occupa abusivamente beni altrui, e si prevede uno snellimento amministrativo per la costruzione di strutture essenziali come i CPR, che in molti casi versano in condizioni inaccettabili. Ma basta questo per giustificare l’intero impianto del decreto? La nostra risposta è no. Il rischio: uno scivolamento lento e pericoloso Il decreto, nella sua architettura complessiva, sembra seguire una logica non tanto di protezione, quanto di compressione dello spazio democratico. È come se, un poco alla volta, si stessero ridefinendo i confini tra dissenso e disordine, tra protesta e minaccia. Il vero problema non è ciò che il decreto dice, ma ciò che può permettere Questa legge, più che una risposta, è un segnale. Dice che lo Stato si fida meno del suo popolo. Che considera il conflitto sociale non come una forma di partecipazione democratica, ma come un fastidio da reprimere. Che preferisce semplificare i procedimenti piuttosto che garantire diritti. È questo che ci preoccupa. Non è solo questione di singole norme: è la postura politica che cambia. Si sta progressivamente costruendo un impianto normativo che ricorda, per logica e strumenti, quello degli anni ’60 e ’70: epoche in cui il dissenso era osservato con sospetto e represso con forza. Noi diciamo: sicurezza sì, ma democratica La Democrazia Cristiana crede nello Stato, crede nell’ordine, crede nel ruolo insostituibile delle forze dell’ordine e dell’intelligence. Ma tutto ciò deve convivere con il primato della Costituzione, con il diritto a protestare, a scioperare, a manifestare senza paura. Un decreto che non distingue con chiarezza tra la criminalità e il dissenso, tra la violenza e la legittima indignazione, è un decreto che, per quanto ben intenzionato, apre la strada a derive autoritarie. Il compito della politica non è reprimere la paura, ma ascoltarla Se una parte del Paese protesta, se operai e studenti scendono in piazza, se si occupano immobili, se ci sono tensioni nei centri di accoglienza, non basta rispondere con nuove pene e meno diritti. Serve ascolto, riforma, inclusione. Serve, in una parola, politica. Un volto che si nasconde dietro le buone intenzioni C'è poi un articolo passato quasi sotto silenzio, ma forse il più grave di tutti: l'articolo 31. Con esso si modifica l'articolo 17 della legge 124 del 2007, una legge che già prevedeva – all’articolo 18 – la possibilità per il Presidente del Consiglio di autorizzare operazioni sotto copertura che potessero comportare violazioni di legge. Tuttavia, restavano fuori da questa possibilità tutti quei reati per i quali non è opponibile il segreto di Stato, come tortura, omicidio, sequestro di persona. La modifica introdotta dal decreto sicurezza cambia profondamente questo equilibrio: amplia in modo significativo l’elenco delle fattispecie per cui può essere concessa l’autorizzazione, includendo reati gravissimi come la partecipazione, direzione o organizzazione di associazioni mafiose o terroristiche, l’istigazione e l’apologia di delitti contro la personalità dello Stato. In pratica, si consente agli agenti sotto copertura di simulare – o partecipare attivamente – a queste condotte con copertura legale. Non è una questione tecnica. È una questione di immagine e di tenuta democratica. Ho insegnato intelligence e conosco bene l’importanza strategica del lavoro dei servizi segreti. Ma proprio per questo so che aprire spazi giuridicamente opachi intorno alla loro attività non rafforza la sicurezza: mina la fiducia e danneggia la reputazione dell’intero sistema. È un salto di qualità nella trasformazione del potere statale: da garante delle regole, a soggetto che può infrangerle con legittimazione preventiva. Nessuna democrazia può accettarlo senza interrogarsi. Qualcuno potrebbe obiettare: È un salto di qualità nella trasformazione del potere statale: da garante delle regole, a soggetto che può infrangerle con legittimazione preventiva. Nessuna democrazia può accettarlo senza interrogarsi. E mentre questa trasformazione prende forma, c'è chi prova a rassicurare ricordando che alcune delle disposizioni più estreme sono state eliminate nel corso dell’iter parlamentare. Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma nel testo finale, alcune norme discutibili sono state eliminate.” È vero. Non possiamo ignorare che la norma che imponeva ai giornalisti di rivelare le proprie fonti nei procedimenti riguardanti la sicurezza nazionale è stata ritirata dopo le proteste del mondo dell’informazione e le riserve istituzionali. Era una norma gravissima: avrebbe minato uno dei pilastri della democrazia, la libertà di stampa. E anche se oggi non è più nel decreto, il fatto stesso che sia stata proposta racconta molto del clima politico in cui ci troviamo. Allo stesso modo, è stata eliminata su richiesta del Presidente della Repubblica la disposizione che obbligava enti pubblici e università a collaborare con i servizi segreti, anche in deroga alle leggi sulla privacy e sulla trasparenza. Una norma che, se approvata, avrebbe aperto le porte a un controllo pervasivo e opaco della società civile. Due norme, due ritiri. Ma due segnali chiarissimi. Questo è il vero volto del decreto. Non quello delle misure di tutela per gli agenti o della lotta alle occupazioni abusive, che pur esistono. Ma quello di un governo che, passo dopo passo, mette in discussione libertà costituzionali fondamentali, dal diritto alla protesta alla riservatezza delle fonti giornalistiche, fino all’autonomia dell’informazione e della cultura. Un passaggio forzato e accelerato Il 27 maggio 2025, la Camera dei Deputati ha approvato il decreto con un voto di fiducia: 201 favorevoli, 117 contrari e 5 astenuti. Ora il testo passa al Senato per l'esame definitivo. Conclusione Il Decreto Sicurezza contiene norme utili, ma non può nascondere, dietro il velo dell’efficienza e dell’emergenza, uno scivolamento silenzioso verso un modello di gestione del conflitto sociale che guarda più alla repressione che alla partecipazione. La Democrazia Cristiana non ci sta. Noi vogliamo uno Stato forte, ma anche giusto. Un ordine pubblico solido, ma anche umano. Una sicurezza vera, che protegga le persone, non solo le strutture. Perché la sicurezza non è solo controllo. È anche libertà, è anche giustizia. È anche democrazia. #ElisabettaTrenta #Pensiamoilfuturo #DemocraziaCristiana

